Premi e punizioni #8

ESERCITAZIONE FINALE

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Siamo giunti al termine. Per concludere questa esperienza, ti invito a svolgere un’esercitazione.

Scegli un esempio vissuto nella tua vita in cui hai fatto ricorso a premi o punizione e riscrivi come potrebbe essere stata diversa la situazione.

Punta l’attenzione sulla qualità relazionale, sull’effetto che ha su di te e sull’altro ma anche il risultato finale, alla luce delle nuove consapevolezze acquisite.

Puoi ripetere questo esercizio per diverse situazioni ricorrenti in cui cedi facilmente all’uso del premio o di una punizione. Lascia andare la creatività e senti come mettere la relazione e la percezione dell’amore sempre al centro, ti permette di scrivere un finale diverso.

Dalle ricerche specialistiche emergono sempre più dati che confermano l’efficacia dell’immaginazione attiva nel processo di apprendimento, qualcuno di voi probabilmente avrà già sperimentato le VISUALIZZAZIONI. 

Vederti e ascoltarti mentalmente mentre gestisci delle situazioni critiche con assertività, nella calma e con successo, equivale a fissarle nel subconscio come esperienza acquisita. 

Questa esperienza aumenterà la fiducia in te stessa rendendoti più sicura anche nella realtà. 

Prova! 

Con questa esercitazione chiudo il materiale dedicato a PREMI E PUNIZIONI, con la speranza di averti dato sufficienti informazioni e aver aperto riflessioni stimolanti nella relazione con i tuoi figli.

Leggi e rileggi queste pagine, integrando ciò che ti risuona, ciò che ti “appartiene” e lasciando andare ciò che senti in contrasto. 

Ognuno di noi, infatti, in base alle proprie caratteristiche di personalità, emotive e in base al proprio vissuto, avrà un approccio diverso alla relazione.

Ciò che è fondamentale è ritrovare la propria autenticità.

L’augurio è proprio questo, anche attraverso lo svolgimento di queste esercitazioni, che tu possa stare nella relazione con i tuoi figli con maggior serenità e autenticità.

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Premi e punizioni #7

L'energia va dove c'è attenzione.

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Sei arrivata alla seconda metà del corso e in tutto questo periodo hai abbiamo riflettuto profondamente sulle implicazioni legate all’uso dei premi e delle punizioni e quindi all’uso del potere nella relazione col bambino. 

Abbiamo soprattutto sottolineato l’importanza della costruzione di una relazione basata sull’ascolto, sulla fiducia e sul riconoscimento delle caratteristiche individuali di ogni bambino.

Uno dei dubbi frequenti che ascolto dai genitori  riguarda la relazione cpn altre figure educative che ruotano intorno ai bambini. 

Come devo comportarmi con quelle persone che si approcciano ai bambini facendo leva sul premio e sulla punizione? 

Che tracce rimarranno dentro lui di queste relazioni? 

Stiamo parlando:

  • della nonna che ti promette un cioccolatino se finisci tutto il piatto di lasagne anche se è una porzione da trattoria di camionisti, 
  • della maestra che distribuisce le caramelle a fine giornata solo a chi si è comportato bene, 
  • del papà che ti promette di portarti a Gardaland se prendi almeno 9 nella verifica di scienze.

Ma sto parlando anche:

  • della maestra che ti mette a mangiare al tavolino da solo perché hai spinto un compagno,
  • che fa passare l’intervallo chiuso in classe a chi è stato sorpreso a chiacchierare durante l’ora di lezione,
  • della mamma che ti vieta la televisione per una settimana perché non fai bene i compiti
  • e altre piccole grandi oscenità…

Ho enfatizzato le situazioni così da farle risuonare in modo molto diretto,  per stimolare una  riflessione sulla consapevolezza del tuo approccio quotidiano e del metodo educativo. 

Di certo a tutti capita di scivolare nell’utilizzo di strumenti che non condividiamo o che rimandano l’immagine del genitore/insegnante che non vogliamo essere ma, immersi nella contingenza e sopraffatti dalla stanchezza, ci ritroviamo talvolta a farne uso. 

Riconoscere con onestà interiore queste scivolate, permette di riconoscere a nostra volta le motivazioni che spingono gli altri ad agire determinati comportamenti e quindi, più facilmente, troveremo una via di confronto costruttiva per il bene dei nostri bambini. 

In questo modo non vivremo la frustrazione nel veder snaturato tutto il nostro impegno in un pranzo domenicale o nel quarto d’ora in cui ritiriamo i bambini da scuola, al contrario questa può essere l’ennesima occasione di riscontrare l’efficacia di un confronto sereno e non giudicante con le persone che inevitabilmente ruotano nel quotidiano dei nostri figli. 

Questo è un esercizio molto forte, richiede uno sforzo importante da parte nostra, perché ci mette sul banco di prova vero e proprio. 

Se non sono in grado di ascoltare ed empatizzare con l’adulto mio pari in un suo momento di difficoltà tutto il mio approccio educativo, alla ricerca della responsabilità e della consapevolezza che credo di rivolgere al bambino, appoggia su un esercizio di stile e non su una reale possibilità di essere. 

Essere in contatto empatico con l’altro, però, non significa sorvolare su comportamenti e modalità che non riteniamo corrette e costruttive: significa accettare nell’altro, come accade con noi stessi, la possibilità di non avere energie sufficienti e di poter scivolare. 

In queste condizioni sarà più facile aprire un confronto efficace e libero dalle resistenze, nel quale potremo assertivamente portare la nostra perplessità e il nostro disaccordo rispetto alle modalità messe in atto. 

Traduco il concetto nel concreto: se vado dalla maestra e mi dice che ha fatto pranzare mio figlio da solo, al posto di sbranarla nell’immediato posso chiederle di spiegarmi i fatti e attraverso i fatti farmi un’idea di come si è sentita in quel momento. Potrebbero uscire emozioni legate alla stanchezza oppure la sensazione di inadeguatezza. 

Questo approccio spesso consente all’altro un momento di esplorazione del suo vissuto e la possibilità di adottare in futuro soluzioni più efficaci. È molto probabile che in quel clima il nostro punto di vista sarà accolto più serenamente e anche con un certo interesse.

Talvolta però capita di avere a che fare con persone che non possiamo eliminare dalla vita del bambino ma che non offrono spiragli per una riflessione costruttiva. In questi casi dobbiamo attingere ad altre risorse. 

 La più potente e significativa è l’accettazione dell’altro. Un approccio basato sull’accettazione incondizionata di persone che vivono e pensano in modo diverso piuttosto che la critica continua, evita che il bambino stesso si metta in una posizione di contrapposizione che, essendo piccolo, non ha i mezzi per reggere.

Attraverso un approccio di accettazione al bambino è offerta la possibilità di prendere il positivo che resta perché questo sarà ciò che viene messo in luce dai genitori piuttosto che le mancanze, le carenze e le diversità che naturalmente emergono e si rafforzano nella critica. L’energia va dove c’è attenzione!

Ciò non significa mettere la polvere sotto al tappeto ma aver fiducia nel bambino e nella sua capacità di stare in ogni relazione nella posizione più significativa e nutriente per la sua crescita. 

Dalla nonna potrà prendere tutto l’amore possibile e i suoi piccoli ricatti resteranno un ricordo buffo e affettuoso del suo modo di dimostrargli il suo affetto. 

Tengo a precisare però che questa predisposizione all’accettazione e alla fiducia non deve mai prescindere da una tutela nei confronti dei piccoli. 

Io mi predispongo all’altro, apro delle possibilità, accolgo il punto di vista divergente, lavoro nella mia relazione col bambino ma se sento che una determinata situazione è dannosa e può avere una concreta influenza negativa su mio figlio, intervengo in modo pratico e risolutivo, anche impedendo all’altro di entrare in relazione con il bambino.

Per allenarsi...

Non ti propongo un vero e proprio laboratorio.

Usa questa dispensa intensa per osservare ed eventualmente lavorare su alcune relazioni critiche che stai vivendo in questo periodo.

Come e cosa puoi fare per migliorarle nell’interesse dei tuoi bambini ma anche tuo?

Può esserti utile rispondere a questa domanda: Che tipo di impatto ha su di me, che mi sto impegnando ad essere un genitore responsabile, la modalità degli altri su mio figlio? 

Alli  

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Premi e punizioni #6

Ascolto e dialogo

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“L’unica disciplina efficace nella scuola, così come in famiglia, è l’autodisciplina: non si producono bambini dotati di autodisciplina con una disciplina imposta dagli adulti e basata sul potere.”

T. Gordon “Né con le buone né con le cattive” ed. Meridiana 

La costruzione del rapporto basato sull’ascolto e sul dialogo, nell’ottica dell’autenticità, crea una relazione di fiducia e di scambio in cui il bambino costruisce se stesso e sa che può sempre tornare a quella risorsa. 

La “base sicura” quindi è l’unica vera opportunità di salvezza che noi, come genitori e insegnanti, possiamo dare ai nostri figli da qui a quando saranno adulti. 

La base sicura è un concetto sviluppato da John Bowlby, che egli definisce come “la base da cui un bambino parte per esplorare il mondo e a cui può far ritorno in ogni momento di difficoltà o in cui ne senta il bisogno”. 

E chi ha voglia di tornare da qualcuno da cui si sente manipolato o di cui ha paura? 

Perché, come abbiamo visto nelle dispense precedenti, il rapporto che si crea in seguito all’uso di premi o punizioni è basato su dipendenza, manipolazione e paura. 

LA METAFORA DELLA LA GHIANDA

Nella ghianda è già contenuta la quercia nella sua forma definitiva e, nel tempo, un processo preciso e consolidato la trasformerà in una quercia. 

C’è fiducia e rispetto nel processo, ed è in questa fiducia che la ghianda si sviluppa: se io la semino ma poi vado a tirarla fuori per vedere se sta germogliando oppure le do troppa acqua per paura che si secchi e poi smetto di dargliene per paura che si affoghi, taglio un piccolo pezzetto di guscio per vedere come procede all’interno, questa ghianda non diventerà mai una quercia. 


In quest’ottica il vero obiettivo dell’adulto
non è quindi quello di ottenere dal bambino ciò che vuole con ogni mezzo (adulazione e/o coercizione) ma di sostenerlo e accudirlo con pazienza e fiducia nel suo naturale e positivo processo di crescita, fornendogli il miglior esempio possibile.

Al contrario, premi e punizioni forzano il processo che è già predisposto ad avvenire: se la ghianda è una promessa di quercia, il bambino è una promessa di uomo o di donna e quanto più viene rispettato e amato incondizionatamente, tanto più diventerà una persona in grado di amare e rispettare incondizionatamente. 

Se si tradisce la promessa che c’è nel bambino, è garantito che l’adulto che deriva reagirà con rabbia e rancore, come ogni persona tradita. 

Noi siamo adulti oggi ma quando lo saranno loro noi saremo anziani e ci dovremo confrontare con quella promessa, perché sarà quella promessa che si prenderà cura di noi come noi oggi ci stiamo prendendo cura di loro. 

Non sto facendo un discorso opportunistico, non li cresciamo per farci trattare bene quando saremo anziani, questo approccio lavora in un’ottica di benessere e di armonia globale, perché il mondo appartiene a tutti. 

Più sono le persone che riversano nel mondo amore e rispetto, più possiamo dire di aver fatto tutto il possibile per contribuire alla realizzazione di un mondo migliore. 

Le persone che crescono nel rispetto e nella libertà di essere se stessi, non hanno bisogno di riproporre a loro volta schemi di abuso e di adulazione. Non esistono persone cattive, esistono persone cresciute nell’abuso di potere di chi non ha saputo amministrarlo nel modo adeguato. 

È soltanto la risorsa interiore che si crea nel rapporto a rimanere costante nel tempo.

Il mio obiettivo come “genitore sufficientemente buono”, per usare la definizione di Winnicott, è quello di farti crescere, ovvero far sì che tu, bambino, possa riconoscere chi sei attraverso il mio ascolto autentico, offrendoti quei mezzi coerenti alla tua natura e al tuo sviluppo, che non sono ciò che io proietto su di te come mio volere. 

Lo scopo quindi è fare in modo che tu possa realmente diventare adulto con una serie di strumenti che ti permettano di camminare da solo, di saper stare nel mondo senza la paura degli altri e degli eventi e di attraversare la vita utilizzando le tue risorse a misura delle prove che incontri. 

In questa prospettiva, premi e punizioni sono strumenti derivati dal comportamentismo, che possono tranquillamente essere assimilati alla stregua di un addestramento che nulla ha a che fare con una crescita sana e significativa di un essere umano. 

Per allenarsi...

Osserva tuo figlio come fosse una ghianda e chiediti: quali sono gli ambiti in cui tendo ad intervenire e a forzare? Quali aspetti di lui, anche a fin di bene, tendo a manipolare nella preoccupazione che non siano efficaci per la sua crescita e il suo successo?

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Premi e punizioni #5

PREMI

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PREMI

Finora ho messo l’accento sulle punizioni evidenziandone l’inefficacia e la pericolosità intrinseca, ma altrettanto delicate sono le questioni educative riguardanti i premi. 

Nella maggior parte dei casi, noi adulti proponiamo al bambino un compito o una linea di condotta che non lo interessano affatto – svegliarsi al mattino, mettere via le scarpe, lavarsi le mani, mettere a posto i giochi, interrompere un gioco per venire a cena… – e ci troviamo costretti a ricorrere a stimoli artificiali (il castigo o il premio). Da questa artificiosità nascono tutte le difficoltà. 

Considerando sotto questo aspetto anche la lode o la promessa di un premio, sarà facile rendersi conto che con questo mezzo stimoliamo nel bambino la vanità, l’orgoglio, il desiderio di primeggiare, che può degenerare nel tentativo di sminuire gli altri per mettere in maggiore evidenza la propria bravura. 

Quando poi scopriamo queste tendenze ci affanniamo a correggerle, senza renderci conto che siamo stati noi stessi a potenziarle inconsciamente.

Osservando invece il bambino con semplicità e senza preconcetti scopriremo che ciò che egli ricerca veramente, al di là della lode o del premio, è la nostra affettuosa e costante partecipazione ai suoi sforzi e ai suoi successi.

Quando egli si sente in tal modo compreso e amorevolmente seguito, si illumina di una gioia esente da ogni bisogno di mettersi in mostra. Questo atteggiamento potenzia la sua volontà di migliorare i propri mezzi, con una serietà e determinazione di cui non lo credevamo capace.

Quando noi stiamo, guardiamo e partecipiamo alle imprese del bambino, lui si impegna con piacere; a quel punto decade la differenza tra la nostra richiesta e la sua esecuzione. Il risultato: il bambino diventa collaborativo, propositivo e aderente alla richiesta che sente utile per sé. 

La Montessori, riferendo osservazioni fatte in una delle sue prime scuole, ci dice a questo proposito: “…la maestra finì per sentire una specie di vergogna sia nel premiare che nel castigare quei bimbi che non facevano caso né all’una né all’altra cosa. Ed allora i premi ed i castighi non vennero più dati. Ciò che sorprese maggiormente fu il frequente rifiuto del premio. C’era un risveglio della coscienza, un senso della dignità che non esistevano prima”. 

Questi bimbi concentrati seriamente nel proprio lavoro, fiduciosi nel riconoscimento di chi li guida, li ritroviamo in tutte le relazioni sui risultati ottenuti con i sistemi educativi attuali, dalle “case del bambino” della Montessori alle più moderne scuole attive.

Come incamminarci verso questa meta ce lo indica con poche, chiare parole John Dewey, pedagogista statunitense: 

“Quando riconosciamo l’esistenza nel bambino di poteri che richiedono solo di essere sviluppati … allora noi possediamo una solida base per edificare la nostra opera educativa. Lo sforzo sorge spontaneamente quando ci proponiamo di lasciare libera espansione a questi poteri, onde facilitarne la crescenza e la fioritura. Agendo in tal modo, con messi adeguati, su questi impulsi otterremo quella serietà, quell’attenzione, quella concentrazione dell’Io verso una meta definita che producono la solida e permanente abitudine di mettere l’intera personalità a servizio dei fini più elevati. Ma questo sforzo non degenera mai in corvèe, poiché un reale interesse lo compenetra, e l’Io può impegnarvisi integralmente”.

Per allenarsi...

Per allenarsi a uscire dallo logica del premio è utile imparare a interpretare le caratteristiche di personalità individuali e i talenti che ogni bambino ci rivela attraverso le sue manifestazioni di interesse. 

Cosa lo stimola?
Cosa lo attrae?
A cosa rivolge la sua attenzione?
Come si approccia alle cose (le disegna, le costruisce, le distrugge e le ricrea, le ordina e le cura…)?

È questo spontaneo interesse, sorto dai più profondi bisogni della Coscienza, che suscita e alimenta lo sforzo necessario per plasmare gradualmente la personalità infantile. La sua sola presenza elimina la necessità di qualsiasi stimolo esterno.

È solo partendo da questi presupposti di osservazione che possiamo aspirare ad avere delle risposte positive dai bambini. 

Buona osservazione, conoscere i propri figli è la pratica più bella della vita.

Alli

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Premi e punizioni #4

Rispetto, autorità, autorevolezza.

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Premi e punizioni, elogi o critiche, sono veramente fattori utili nell’educazione?

Nella concezione pedagogica dei nostri nonni un simile interrogativo non avrebbe trovato posto, non si sarebbero posti la domanda perché era basata su una concezione di rispetto confuso con autorità. 

L’orientamento educativo contemporaneo, invece, considera questa domanda come uno degli ambiti principali su cui andare a riflettere per costruire una relazione educativa democratica. Per democratica intendiamo che sia i bisogni del bambino sia quelli dell’adulto vengano considerati in un’ottica di reciproco rispetto, inteso ora come ascolto. 

In questa visione, oggi, i maggiori pedagogisti valutano l’efficacia di un approccio educativo in base alla capacità che questo possiede di costruire una relazione di fiducia col bambino, che passa necessariamente per la rinuncia all’uso di premi e punizioni come strumento manipolatorio e coercitivo. 

Una relazione così improntata, infatti, porta alla creazione di un rapporto che, da una parte, favorisce nel bambino autonomia e aumento dell’autostima e, dall’altra, genera fiducia e stima nella figura genitoriale. 

Il genitore resterà un riferimento anche in caso di difficoltà o errori commessi dal bambino, non ci saranno fughe o allontanamenti, anche negli anni a venire, dovute alla paura di ritorsioni, o alla paura di causare delusioni a causa delle pesanti aspettative che il bambino sente su di sé.

Nelle famiglie alle prese con i problemi del quotidiano e con le contingenze, un tale orientamento viene considerato come una bella teoria, applicabile soltanto in ambienti accuratamente predisposti a tal scopo, o magari in vacanza, altrimenti viene intesa come utopia. 

Sta a noi imparare a sviluppare e utilizzare saggiamente i mezzi a nostra disposizioneempatia, ascolto, osservazione, analisi del contesto – creando le migliori condizioni possibili per lo sviluppo dei nostri figli. 

L’essenziale è fissare chiaramente dentro di noi questa predisposizione interiore ad utilizzare i mezzi citati sopra, che ci permetterà di imboccare la strada impegnativa, ma trasformativa, che porta a cercare la soluzione dei nostri problemi, invece che spostarli senza indagarli, come normalmente si fa sfruttando l’alibi di un premio o di una punizione. 

Cominciamo dunque a sgomberare gradualmente il terreno, liberandolo dai pregiudizi del passato (“è sempre stato fatto così”, “alla fine non lo sto mica frustando”, “una sberla non ha mai fatto male a nessuno”, “una raddrizzata ogni tanto ci vuole”) e proponiamoci per prima cosa di abolire ogni punizione fisica e di eliminare ogni durezza nel castigo. 

E allora piuttosto che dare uno scapaccione devo rinunciare a farmi ubbidire? Se non trovi possibilità alternative allo scapaccione per farti obbedire, renditi conto che il dover ricorrere ad esso mette in luce una tua deficienza educativa.

Potrà anche trattarsi di un caso eccezionale in cui ti sei trovata di fronte ad una difficoltà superiore alle tue forze, ma il riconoscerlo ti permetterà di prepararti a superarla diversamente alla prossima occasione.

In ogni caso uno dei fattori più efficaci nella relazione educativa è la calma che l’adulto riesce a mantenere di fronte a dei comportamenti che ritiene inaccettabili.

Perciò sotto l’impulso della rabbia la prima responsabilità è il contatto con noi stessi, per evitare di utilizzare premi o punizioni come vie d’uscita all’empasse, per poi pentirsene non appena la temperatura emotiva si ristabilizza. 

Il bambino, sensibilissimo alle vibrazioni emotive, risente subito della nostra ed allora interpreta la punizione, non a torto, come uno sfogo del nostro cattivo umore.

Poniamo per un attimo l’accento su un falso concetto di rispetto: l’adeguarsi al volere di una persona, che si confonde con l’obbedienza, non è il rispetto ma l’assoggettamento, dettato dalla paura di ritorsioni. Il rispetto autentico nasce dal sentire che lui esiste in quanto persona nella mente e nel cuore dell’adulto. 

Prima di tutto allena calma e fermezza, per evitare di utilizzare la minaccia come spauracchio quando non hai voglia di essere presente a te stesso, quando ti rifugi in quella zona di comfort in cui alla fine ti sentirai frustrato e non adeguato. 

Al bambino, ciò che arriva di questo atteggiamento, è soltanto la debolezza e l’incapacità di trovare strategie relazionali adeguate a lui e alla situazione. 

Ne consegue che il bambino non ascolta, perché non c’è niente da ascoltare.  

La cantilena vuota non produce alcun effetto efficace nella pratica, né in positivo né in negativo, indebolendo così quell’autorevolezza e quell’aspirazione a identificarsi con un modello adulto che potrebbe essere un riferimento. 

Per allenarsi...

In questi due giorni, trova uno spazio di osservazione e riflessione dentro di te nel quale fermarti nei momenti in cui la frase che affiora alla mente è “Non mi ascolta” oppure “Non fa mai quello che chiedo”.

Prima di giudicare i tuoi figli quindi, valuta la qualità della tua presenza, l’efficacia delle tue richieste, la modalità in cui le esprimi… insomma, parti da te prima che da loro.

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Premi e punizioni #3

Dipendenza e paura.

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C’è un aspetto che pochi considerano quando, consapevolmente o inconsapevolmente, appoggiano l’educazione su un sistema di premi o punizioni.

Anche se apparentemente utilizzare strategie come i premi e le punizioni ci fa credere di ottenere risultati nell’immediato, in realtà questa modalità richiede una precisa pianificazione rispetto alla posta in gioco, continuamente da modulare a seconda dell’età, degli interessi e dei desideri del bambino. 

Per esempio: posso togliere le caramelle a un bimbo di 3 anni ma è già inefficace quando il bimbo di anni ne ha 6 o 7.

Quindi, per avere potere su mio figlio devo essere, in qualche modo, l’unico tramite tra lui e il soddisfacimento del suo bisogno e ho potere nella misura in cui posso offrire determinate ricompense. Spesso solo il genitore può offrire al figlio cibo, sicurezza, giocattoli etc…

Le ricompense funzionano solo fino a quando i figli dipendono dai genitori, funzionano sulla base della DIPENDENZA del figlio. 

Ho “potere su” un altro anche quando sono in grado di procurargli dolore o disagio.  È triste affermarlo ma questo accade se posso picchiare mio figlio, chiuderlo nella sua stanza, privarlo di qualcosa che gli appartiene o che gli piace, limitarlo nelle sue amicizie e nelle sue attività preferite ecc… 

Un esempio di azione molto grave che alcune persone agiscono su bambini piccoli è togliere l’oggetto transizionale (ciuccio, orsetto, pezzina… ), che rappresenta per loro la continuità e la sicurezza affettiva.

La punizione quindi funziona sulla base della PAURA del figlio.

Il genitore che si serve di ricompense e punizioni costruisce la relazione su due capisaldi: DIPENDENZA e PAURA. 

Il potere del genitore sul figlio è inversamente proporzionale all’età, spesso il potere dei figli e dei genitori si bilancia quando i figli ormai adulti, lasciano la famiglia d’origine.

I genitori però, una volta anziani, spesso finiscono per dipendere dai figli. Adesso il potere è dei figli, che si comporteranno con i genitori sulla base dell’esperienza relazionale che hanno vissuto durante la crescita. Una relazione basata sul rispetto reciproco e sull’ascolto dei bisogni probabilmente condurrà alla restituzione positiva di affetto, cura e considerazione.

Come ho accennato poc’anzi, l’uso di ricompense e punizioni richiede tempo e capacità, altrimenti non funziona.

I genitori saranno sempre impegnati nell’escogitare ricompense e castighi che facciano presa sul figlio; spesso devono cambiarle o intensificarle per garantire l’efficacia, per esempio le figurine funzionano solo finché il figlio le desidera; la sculacciate si affievolisce col tempo; un figlio prigioniero va costantemente sorvegliato. 

L’utilizzo del potere, anche se apparentemente e temporaneamente fa ottenere al genitore il suo obiettivo, impedisce al bambino di interiorizzare i valori che sottostanno alle richieste.

La priorità da parte dell’adulto è data dall’ottenere l’obiettivo: avere la casa in ordine, l’igiene delle mani pulite a tavola, non arrivare in ritardo a scuola… queste necessità fanno sì che sia più funzionale e immediato ricorrere a strategie. 

Tutto questo però è a scapito della costruzione di una relazione collaborativa, in cui la condivisione dei bisogni e l’ottenimento del risultato non sono mai stati sperimentati prima come figli e dei quali non abbiamo alcun modello di riferimento. 

Soprattutto richiedono a noi di attivare risorse che non pensiamo di avere nel momento in cui siamo di fronte a una necessità impellente.

Un esempio tratto dalla vita quotidiana di ognuno di noi: quando al mattino bisogna svegliarsi, vestirsi e uscire, siamo talmente sotto pressione che non andiamo a cercare in noi strumenti interiori differenti da quelli già conosciuti; ci rivolgiamo a schemi consolidati che, benché ci restituiscano un’immagine fallimentare di noi, ci consentono di arrivare in ufficio puntuali. 

Ottenuto questo obiettivo, non ci concediamo lo spazio e il tempo per riflettere consapevolmente sull’esperienza, ma ci facciamo fagocitare dalla prossima imminente contingenza, in cui saremo nuovamente costretti a riproporre lo stesso modello.

Come si esce da questo meccanismo?

È necessario attivare degli strumenti che ci permettano di allenare il più possibile la consapevolezza, intesa come riconoscimento del “qui ed ora”, oltre che la capacità di ripercorre i fatti attraverso una lettura analitica, che nella calma e nella riflessione, possa riscrivere un finale diverso. 

Continuando ad allenare questo lavoro di rilettura riusciremo a riconoscere il momento in cui l’automatismo sta per scattare, inserendo quel finale diverso che più volte abbiamo immaginato.

In pochi lo sanno ma i finali si possono cambiare.

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Premi e punizioni #2

Lotta, fuga, sottomissione.

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Resistenza, sfida, ribellione, sfiducia.

Risentimento, rabbia, ostilità.

Aggressione, vendetta, ritorsione.

Mentire, nascondere i propri sentimenti.

Biasimare, spettegolare, deridere.

Dominare, imporsi, intimidire.

Bisogno di vincere, paura di perdere.

Cercare alleati contro gli insegnanti.

Sottomissione, obbedienza, remissività.

Adulazione, seduzione.

Conformismo, mancanza di creatività, paura delle novità.

Introversione, evasione, sognare ad occhi aperti, regressione.

Questo elenco racchiude le emozioni e i meccanismi di difesa e adattamento che si sviluppano in conseguenza all’uso del potere in una relazione.

Quante corrispondono a ciò che hai segnato durante il laboratorio svolto pochi giorni fa? 

Probabilmente molte. È probabile che, leggendo, assocerai ad un’emozione alcune sensazioni che hai provato, ma alle quali non sei riuscita a dare un nome preciso.

In sostanza cosa intendiamo parlando di reazioni al potere e meccanismi di adattamento? 

Possiamo riassumere in tre macroaree le conseguenze ricorrenti:
LOTTA, FUGA, SOTTOMISSIONE. 

Andiamo ad approfondirle nello specifico.

LOTTA

In questa categoria rientrano i seguenti comportamenti: difendersi, contrapporre potere al potere, persuadere, aggressione attiva e passiva. 

Spesso i comportamenti aggressivi non fanno altro che generare comportamenti altrettanto aggressivi nell’altro. La cronaca, la letteratura, la cinematografia, studi psicologici e l’esperienza stessa, hanno messo in rilievo come persone che hanno subito maltrattamenti da bambini finiscono per maltrattare l’altro, spesso addirittura i propri figli.

Perché? Perché quando qualcuno usa il suo potere su di me, mi sento frustrato; e spesso la frustrazione porta a reagire aggressivamente.

Se partiamo dal presupposto che il miglior canale attraverso cui il bambino apprende è l’esempio, questo vale anche in negativo: l’insegnante usa il potere contro il bambino, il bambino risolve i suoi conflitti nel campo di gioco usando il potere (es. lottando, azzuffandosi). 

I soggetti che reagiscono all’uso del potere lottando possiamo identificarli, per esempio, negli adolescenti ribelli o nei bambini oppositivi, solo per citarne alcuni.

FUGA

Questa categoria comprende tutti i comportamenti di fuga sia fisica che psicologica. 

Per sfuggire al potere oppressivo degli adulti, per esempio, alcuni ragazzi, appena possono abbandonano la scuola o addirittura scappano di casa.

Allo stesso modo non è meno importante la strategia che la psiche trova per sfuggire all’abuso di potere subito, costruendosi vie di fuga attraverso l’abuso di alcol o l’uso di droghe.

A volte anche la bugia può essere una fuga. Dire bugie può essere un tentativo di evitare conseguenze sgradite. 

In questi ambiti possiamo anche inserire il dramma della malattia mentale e per quanto difficile da accettare, anche il suicidio è talvolta l’unica via percepita per liberarsi dall’oppressione. È la fuga finale!

SOTTOMISSIONE

La sottomissione ha come effetti la perdita della stima di sé, il non riconoscimento del proprio valore e gradualmente porta all’autoconvinzione di non essere più in grado di poter modificare una situazione lesiva.

Arrendersi, conformarsi, assoggettarsi al potere. La persona remissiva rinnega il proprio valore e i propri bisogni e spesso utilizza l’adulazione come strumento per tenere sotto controllo il potere agito su di sé e quindi arginare i suoi effetti. L’adulatore però è falso e nella sua dimensione di non autenticità, cova un forte risentimento.

Generalmente coloro che si sottomettono tendono a fare solo ciò che viene loro richiesto e niente di più. Lavorano solo per le ricompense e non hanno il controllo delle loro vite. 

A tal proposito vi offriamo la storiella dell’elefante incatenato.

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.  Era davvero un bel mistero. Che cosa lo teneva legato, allora? Perché non scappava? 

Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente. 

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto, e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda. 

Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. 

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. 

Lo vedevo addormentarsi sfinito, e il giorno dopo provarci di nuovo, e così il giorno dopo e quello dopo ancora… Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino. 

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita. E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…”

J. Bucay – Lascia che ti racconti, storie per imparare a vivere.

Per allenarsi...

Riprendi l’esercitazione alla luce di queste informazioni, cerca tra le emozioni elencate all’inizio quelle che meglio combaciano con la tua esperienza. 

Approfondire la rilettura del tuo vissuto ti aiuterà a riconoscere prima i meccanismi che probabilmente metti in atto inconsapevolmente.

È un percorso tosto questo, lo so.

Un grande abbraccio.
Alli 

Anche se apparentemente utilizzare strategie come i premi e le punizioni ci fa credere di ottenere risultati nell’immediato, in realtà questa modalità richiede una precisa pianificazione rispetto alla posta in gioco, continuamente da modulare a seconda dell’età, degli interessi e dei desideri del bambino. 

Per esempio: posso togliere le caramelle a un bimbo di 3 anni ma è già inefficace quando il bimbo di anni ne ha 6 o 7.

Quindi, per avere potere su mio figlio devo essere, in qualche modo, l’unico tramite tra lui e il soddisfacimento del suo bisogno e ho potere nella misura in cui posso offrire determinate ricompense. Spesso solo il genitore può offrire al figlio cibo, sicurezza, giocattoli etc…

Le ricompense funzionano solo fino a quando i figli dipendono dai genitori. 

Ho “potere su” un altro anche quando sono in grado di procurargli dolore o disagio, è triste affermarlo ma questo accade se posso picchiare mio figlio, chiuderlo nella sua stanza, privarlo di qualcosa che gli appartiene o che gli piace, limitarlo nelle sue amicizie e nelle sue attività preferite ecc… 

Un esempio di azione molto grave che alcune persone agiscono su bambini piccoli è togliere l’oggetto transizionale (ciuccio, orsetto, pezzina… ), che rappresenta per loro la continuità e la sicurezza affettiva.

La punizione funziona sulla base della PAURA, del figlio. 

Il genitore che si serve di ricompense e punizioni costruisce la relazione su due capisaldi: DIPENDENZA e PAURA. 

Il potere del genitore sul figlio è inversamente proporzionale all’età, spesso il potere dei figli e dei genitori si bilancia quando i figli ormai adulti, lasciano la famiglia d’origine.

I genitori però, una volta anziani, spesso finiscono per dipendere dai figli. Adesso il potere è dei figli, che si comporteranno con i genitori sulla base dell’esperienza relazionale che hanno vissuto durante la crescita. Una relazione basata sul rispetto reciproco e sull’ascolto dei bisogni probabilmente condurrà alla restituzione positiva di affetto, cura e considerazione.

Come ho accennato poc’anzi, l’uso di ricompense e punizioni richiede tempo e capacità, altrimenti non funziona.

I genitori saranno sempre impegnati nell’escogitare ricompense e castighi che facciano presa sul figlio; spesso devono cambiarle o intensificarle per garantire l’efficacia, per esempio le figurine funzionano solo finché il figlio le desidera; la sculacciate si affievolisce col tempo; un figlio prigioniero va costantemente sorvegliato. 

L’utilizzo del potere, anche se apparentemente e temporaneamente fa ottenere al genitore il suo obiettivo, impedisce al bambino di interiorizzare i valori che sottostanno alle richieste.

La priorità da parte dell’adulto è data dall’ottenere l’obiettivo: avere la casa in ordine, l’igiene delle mani pulite a tavola, non arrivare in ritardo a scuola… queste necessità fanno sì che sia più funzionale e immediato ricorrere a strategie. 

Tutto questo però è a scapito della costruzione di una relazione collaborativa, in cui la condivisione dei bisogni e l’ottenimento del risultato non sono mai stati sperimentati prima come figli e dei quali non abbiamo alcun modello di riferimento. Soprattutto richiedono a noi di attivare risorse che non pensiamo di avere nel momento in cui siamo di fronte a una necessità impellente.

Un esempio tratto dalla vita quotidiana di ognuno di noi: quando al mattino bisogna svegliarsi, vestirsi e uscire, siamo talmente sotto pressione che non andiamo a cercare in noi strumenti interiori differenti da quelli già conosciuti; ci rivolgiamo a schemi consolidati che, benché ci restituiscano un’immagine fallimentare di noi, ci consentono di arrivare in ufficio puntuali. Ottenuto questo obiettivo, non ci concediamo lo spazio e il tempo per riflettere consapevolmente sull’esperienza, ma ci facciamo fagocitare dalla prossima imminente contingenza, in cui saremo nuovamente costretti a riproporre lo stesso modello.

Come si esce da questo meccanismo?

È necessario attivare degli strumenti che ci permettano di allenare il più possibile la consapevolezza, intesa come riconoscimento del “qui ed ora”, oltre che la capacità di ripercorre i fatti attraverso una lettura analitica, che nella calma e nella riflessione, possa riscrivere un finale diverso. 

Continuando ad allenare questo lavoro di rilettura riusciremo a riconoscere il momento in cui l’automatismo sta per scattare, inserendo quel finale diverso che più volte abbiamo immaginato.

In pochi lo sanno ma i finali si possono cambiare.

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Premi e punizioni #1

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Benvenuta al corso online di Educazione Responsabile dedicato a Premi e Punizioni. 

Attraverso le dispense nelle prossime settimane affronteremo nella maniera più esaustiva possibile le implicazioni negative che questa modalità educativa ha su piccoli e grandi.

Per iniziare questo viaggio partiamo con un’esplorazione del tuo vissuto che permetterà di agganciarti emotivamente, attraverso l’esperienza diretta, a questo delicato argomento.

Per allenarsi...

Per svolgere questo laboratorio è necessario avere almeno 15 minuti tutti per te, senza distrazioni né interruzioni, un foglio e una penna dove annotare le emozioni che emergeranno e rispondere alle successive domande. Ideale avere un quaderno dedicato a questo corso

Ripensa ad una relazione in cui qualcuno aveva potere su di te poiché era nella posizione di ricompensarti o punirti: genitori, zii, nonni, tate, professori, datori di lavoro, allenatori, insegnanti, superiori di grado, capoufficio, caporeparto, ecc. 

E ora cerca di ricordare una situazione specifica in cui si è servito del suo potere per indurti a cambiare comportamento, o per farti accettare una soluzione che in realtà non condividevi. Ricorda il luogo, il momento, la persona. 

Quando avrai messo a fuoco una specifica situazione, potrai rispondere a queste 4 domande:

  • Cosa faceva o diceva quella persona? In che forma esercitava il suo potere?
  • Qual è stata la mia reazione? Cosa ho detto o fatto?
  • Cosa provavo in quei momenti?
  • Quali conseguenze ne sono derivate?

Ora ti invito a ricordare un episodio in cui sei stata testimone dell’uso del potere su altri:

  • Cosa faceva o diceva e in che forma, quella persona, esercitava il suo potere?
  • Come ha reagito la vittima?
  • Qual è stata la mia reazione? Cosa ho detto o fatto?
  • Cosa provavo in quei momenti?
  • Quali conseguenze ne sono derivate?

E in ultimo ricerca un episodio significativo in cui a esercitare il potere su qualcun altro sei stata tu:

  • Cosa facevo o dicevo in quella situazione? In che forma esercitavo il mio potere?
  • Come ha reagito la vittima? Cosa ho detto o fatto?
  • Cosa provavo in quei momenti?
  • Quali conseguenze ne sono derivate?

Questa esercitazione potrebbe risultare difficile o dolorosa, in quel caso non forzarti e, se necessario, interrompi l’esercizio o cambia episodio.

Si comincia, buon lavoro!

Alli

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Regole e limiti #6

Regole e limiti di buon senso.

Corso fondamentale_4​ per una Educazione Responsabile

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Parlando di regole e limiti possiamo utilizzare una metafora per meglio rappresentare il percorso educativo del bambino in relazione al nostro agire. 

Se pensiamo ad un fiume vediamo il suo naturale scorrere verso il mare (l’autonomia e la piena realizzazione di sé), unita alla necessità di avere argini che evitino la dispersione (perdita di focalizzazione, tempo prezioso per la crescita, ecc…) e lo straripamento (esperienze premature, poco adatte all’età e ai bisogni…).

Quali sono gli argini? Regole e limiti di buon senso e su misura per quel singolo bambino. 

Lo scorrere è rappresentato parallelamente dalla fiducia nelle competenze dei bambini e nel riconoscimento del percorso esistenziale di ciascuno. 

Come far sì che entrambe queste condizioni si possano realizzare armoniosamente, senza coercizione e nel rispetto della libertà di espressione e sviluppo di ogni bambino? 

Consideriamo 4 concetti fondamentali di una Educazione Responsabile: 

AMOREVOLE FERMEZZA – è l’atteggiamento dell’adulto che riconosce se stesso come guida dotata di saggezza ed esperienza e che si traduce nella capacità di mettere dei punti fermi per proteggere l’integrità fisica, emotiva e morale del proprio figlio. 

Questi punti fermi, dettati dall’amore e dal buon senso, non limitano ma contengono l’energia evolutiva del bambino e tracceranno per lui un percorso che lo porterà integro e solido verso una vita adulta fatta di consapevolezza, autonomia e forza interiore.

MESSAGGI COERENTI – nel trasmettere i messaggi educativi ai bambini, la condizione necessaria per la loro efficacia è che ci sia una coerenza tra il messaggio verbale che lo veicola, l’azione e l’atteggiamento che lo accompagna (tono di voce, espressione facciale, postura, ecc…). 

Es. Cosa rimane al bambino di una madre che urla “Smettetela di gridare!” o di un padre che tira un ceffone al figlio dicendogli “Non devi picchiare tuo fratello!”?

IL VALORE DELL’ ESEMPIO – Una regola viene interiorizzata quando viene assimilata dal bambino attraverso la testimonianza dell’adulto che la propone come “modo di essere”. 

Es. Un genitore che aspetta di trovare un cestino per buttare qualsiasi cartaccia e invita il bambino a fare lo stesso; un genitore che quando entra ed esce da un negozio saluta e ringrazia senza bisogno di chiedere al bambino ogni volta: “Come si dice? Dì ciao alla signora!”. 

Questo atteggiamento si riallaccia al concetto di coerenza sopra citato, nel rispetto dei tempi evolutivi del bambino e della sua libertà di scegliere il momento in cui manifestarsi in piena fiducia. 

SOSTEGNO RECIPROCO TRA LE FIGURE EDUCATIVE – è la necessità di sostenersi insieme nella visione educativa pianificando, eventualmente, un impianto di regole condivise, modulate sul singolo bambino e contestualizzate nel qui e ora. Ciò presuppone grande fiducia nella figura degli altri adulti che collaborano alla crescita del bambino e rispetto delle peculiarità e diversità di ciascuno di loro. 

Tutti questi concetti non possono prescindere da una domanda interiore che deve essere presente come una luce. Una luce che indica di volta in volta la strada, che non è mai definita ma si delinea passo dopo passo a partire dall’ascolto del processo del bambino e dalla risonanza che ha su di me. 

La domanda è: “Vale davvero la pena impuntarsi/imporsi/fissarsi, mettendo a rischio la relazione, per ciò che sto chiedendo ora?”

Ogni volta che ti troverai ad affrontare una resistenza, una crisi, un capriccio di un bambino, prima di scegliere la strada del potere per convincerlo a fare ciò che TU ritieni giusto: fermati, respira e rifletti “Vale davvero la pena impuntarsi/imporsi/fissarsi, mettendo a rischio la relazione, per ciò che sto chiedendo ora?”

Nei prossimi due giorni quindi, ti invito a “mollare” in partenza, a togliere il freno dall’acceleratore. Fai questo esperimento: non intervenire continuamente, non far presente ogni singolo errore ai tuoi figli, non ricordare come un disco rotto le regole di casa. 

Se trovi giochi in giro, raccogli e metti via senza rimproverare. Se non finiscono ciò che hanno nel piatto, assicurati solo che siano effettivamente sazi e lasciali andare.

Non è permissivismo, ti servirà per ascoltare cosa accade dentro di te:

  • È impossibile per te lasciare andare?
  • Riesci a farlo ma senti che stai fallendo?
  • Riesci ma dentro ti montano rabbia e frustrazione?
  • O al contrario, ti senti sollevata?

Osserva soprattutto gli effetti sui tuoi figli:

  • Sono meno reattivi?
  • Meno sfidanti?
  • Cercano di più la tua presenza?
  • Dopo un paio di giorni, svolgono dei compiti in autonomia (mettere via giochi e vestiti, fare i compiti…) senza che tu abbia anticipato la richiesta?

Provaci! La casa non esploderà, i tuoi figli non si trasformeranno in mostri e nessuno morirà o rimarrà ferito se per un po’ giorni allenterai la presa. Tra due giorni potrai tornare alla solita modalità di relazione 😉

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Regole e limiti #1

Rifferenza fra regole e limiti

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BENVENUTA al nuovo corso online dedicato a REGOLE E LIMITI.

Per orientare correttamente le riflessioni che seguiranno,  è necessario mettere a fuoco il concetto di regola e di limite: nel corso della storia, l’uomo si è basato sull’utilizzo di regole, per organizzare alcune attività, strutturare le proprie azioni, convivere nella società. 

Le regole quindi, intese come accordi contrattuali, permeano tutta la nostra vita quotidiana e basandosi su di esse, si possono costruire organizzazioni efficaci basate sull’armonia delle relazioni. 

Le regole permettono quindi di stabilire rapporti, trovare accordi, eliminare i contrasti, in sintesi migliorano il modo in cui ci si rapporta e consentono il procedere delle azioni nei diversi contesti; prova, ad esempio, ad immaginare il traffico senza regole o un gioco di società.

Oltre al significato di regola nella sua accezione di norma, mi sta a cuore sottolinearne anche un altro, che viene generalmente trascurato: la parola regola possiede un’intrinseca relazione con il concetto di misura (LIMITE): usiamo la parola “regola” per dire “si fa così… si dice così…”, oppure consideriamo l’utilizzo scolastico dei “regoli” (mattoncini in plastica di diverso colore, usati per svolgere calcoli concreti), ma anche quello professionale del “regolo”. 

La definizione da dizionario:

  • Ordine costante, ripetutamente verificato, di una serie di eventi: seguire una r.; essere senza r. fissa || di r., di solito, normalmente
  • Norma di comportamento dettata perlopiù dalla consuetudine, dall’esperienza: avere, darsi una r. di vita; attenersi alle r. morali || è buona r., è buona consuetudine, è opportuno: è buona r. essere sempre puntuali | per tua norma e r., perché tu sappia come comportarti | a r. d’arte, in modo perfetto | in r., nella condizione prescritta: mettersi in r. con i pagamenti; anche in senso fig.: sentirsi in r. con la propria coscienza || fig. avere le carte in r., avere i requisiti per fare, per ottenere qlco.
  • Estens. Misura, moderazione: nel bere non ha alcuna r. || senza r., smodatamente
  • Modalità convenzionalmente stabilita secondo la quale si svolge un’attività: le r. della politica, del calcio; stare, non stare alle r. || regole del gioco, quelle su cui si basa un gioco ~fig. norme che vigono in un determinato contesto sociale, politico ecc.: non si vuol piegare alle r. del gioco

“Regolare”, quindi, significa anche misurare, ordinare; è proprio in questa accezione che si evince ancora con più incisività la finalità della regola. 

In quest’ottica possiamo valutare “le regole” come strumenti indispensabili per la crescita armoniosa di un piccolo umano.

La regola implica sicurezza e rispetto di sé, dell’altro e dell’ambiente. 

Allora perché “le regole” sono il campo sul quale avvengono delle vere e proprie battaglie tra adulti e bambini?

È ragionevole pensare che il significato di regola in quanto norma, precetto, ordine abbia, soprattutto in ambito educativo, connotato il termine in modo negativo. 

Complice di questo è una modalità educativa incentrata su un approccio trasmissivo da parte dell’adulto (io dico, tu esegui). 

Questo approccio mira a disciplinare e regolamentare, spesso tenere sotto controllo, i comportamenti dei bambini. 

In questa modalità, purtroppo, la regola diventa un diktat immodificabile ed autoreferenziale e perde la sua funzione regolativa, fondamentale per salvaguardare accordi e permettere quindi un fluire della vita più armonioso.

Fatte queste premesse rimettiamo al centro del nostro sguardo la persona come fine primo e ultimo del nostro agire educativo. 

Intendiamo: “La regola educativa come un principio che assume la funzione strumentale di regolare, misurare, arginare, proteggere la crescita del figlio, adeguandosi flessibilmente al suo divenire piuttosto che irrigidirsi quale punto di riferimento normativo asettico ed impersonale”. 

In questa accezione la regola si avvicina molto a un sentimento e il concetto di norma sembra andare sullo sfondo. 

Il focus della nostra azione educativa è il bambino inteso come persona e la regola è solo uno strumento per accompagnare il suo percorso di crescita.

Da questa prospettiva, le regole, devono essere oggetto di costante riflessione, riprogettazione, contestualizzazione, affinché il bambino possa trovare la sua strada e servirsi opportunamente della regola per un sereno vivere sociale.

Ecco allora che la responsabilità educativa dell’adulto e l’importanza della consapevolezza di sé diventa fondamentale.

È impossibile prescindere dal rapporto con le regole che noi abbiamo costruito durante la nostra infanzia. In molti di noi sono radicate frasi come: 

“Adesso basta, questa è la regola!”

“Ascolta e fai come ti dico altrimenti lo dico a tuo padre!”

…ma anche frasi come…

“Va bene ho deciso di fidarmi di te.”

“ Va bene a patto che vengano rispettato gli accordi.”

“Proviamo a organizzarci insieme e vediamo se funziona.”

…ovviamente le prime frasi ci fanno un eco maggiore, perché sono quelle che abbiamo dovuto subire senza la possibilità di una condivisione e di una comprensione autentica. 

E quanto ci giocano queste realtà nella relazione con i nostri figli/alunni? 

Quante volte risuonano dentro di noi e ci guidano, portandoci a usare il nostro potere di educatori non come responsabilità ma come coercizione? 

Il nostro agire educativo è imbevuto:

  • dei retaggi culturali della società in cui siamo cresciuti, 
  • dalle persone adulte che si sono occupate di noi quando eravamo bambini, 
  • dal nostro modo personale di vivere la regola e il limite 
  • ma anche da come viviamo la libertà. 

Se una regola ci ha disturbato profondamente e l’abbiamo sempre e solo subita è probabile che i nostri figli non la conosceranno mai, perché vogliamo proteggerli da ciò che a noi ha fatto soffrire. 

Se una regola ci ha sostenuto nella vita e ne abbiamo trovato utilità nel nostro percorso allora tenderemo a riproporla con i nostri figli, spesso dimenticandoci che loro sono diversi da noi. 

Sostiamo insieme su questa tematica: AUTORITA’ O PERMISSIVISMO?

Questo è il quesito che assilla molti genitori contemporanei. 

Essere autoritario significa mantenere il controllo come genitore mentre essere permissivo cede il controllo ai figli. 

“Sono cresciuto subendo l’autorità dei miei genitori e non voglio proporre questo approccio ai miei figli” quindi so che tipo di genitore NON VOGLIO ESSERE ma ancora non so che tipo di genitore POSSO ESSERE!

L’obiettivo di questo corso è quello di darti strumenti e strategie pratiche per uscire da questa sterile dicotomia, per portarti su un terreno democratico e costruttivo dove la riflessione profonda sulla regola, da parte dell’adulto, può renderla fruibile dai bambini che diventano parte integrante e attiva del processo di scelta e applicazione della regola stessa.

Cercheremo quindi delle strade che porteranno all’autodisciplina e alla costruzione di regole e limiti condivisi tra l’adulto e il bambino.

Prima di ciò però è necessaria una analisi del bagaglio di regole e limiti che ognuno di noi porta con sé.

Per allenarsi...

Prenditi uno spazio e un tempo di riflessione:

  1. Quali sono le regole che hai ereditato e applichi e quali hai rifiutato?
  2. Quali sono quelle inderogabili (per te)?
  3. Quali regole applichi come automatismo ma sulle quali cedi dopo un “capriccio”?

È il momento di tirare fuori il quaderno dedicato al corso scegliere un momento di silenzio e calma (bastano 15’), mettere a riposo il giudice che abita dentro di te, e lasciar scorrere la penna, senza preoccuparti di sintassi o punteggiatura.

Lascia fluire ciò che hai dentro, ti stupirai.

Buon lavoro.

Alli

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